Vita, Universo, Vuoto non hanno alcun valore per il pensiero quando esso è davvero libero. L’unica cosa che per esso ha valore è il Significato, cioè il concetto morale di Impossibile.
Sia nei momenti ordinari della vita, sia in quelli straordinari, il nostro pensiero non manifesta appieno la sua libertà. È incessantemente minacciato o coinvolto in ciò che ci accade. Coincide con mille e una cosa che lo limitano. Questa coincidenza è quasi permanente.
René Magritte
Well Welles

Son passati settanta anni dall’adattamento radiofonico di Orson Welles della Guerra dei mondi al Mercury Theatre on the Air. Da quel 30 ottobre la comunicazione non è stata più la stessa.
Riascoltarla oggi devo ammettere fa un certo effetto. In un certo senso mi viene da ripensare alla perfezione delle immagini dell’11 settembre.
[per riascoltarla: estratto di due minuti / intera]
In corsa…

Upload. Bolzano. Arancio fluo.

Mambo. Ontani. Magenta. Oro.

Collegio. De Carlo. Cemento. Moduli.

Gruppo Lighthouse. Allestimento. Piedi. Trasparenze.

Marzabotto. Memoria. Solchi.

Accademia. Urbino.

Morandi. Manaresi. Carta.
Out there

Domenica, aiutati da un clima settembrino, trasferta veneziana: 11a Mostra Internazionale di Architettura (la Biennale).
La prima forte emozione è venuta dalla natura bianca del padiglione giapponese: Junya Ishigami ha disegnato insiemi di delicati segni a matita fatti di piante, persone, centri abitati.
Il risultato è uno sguardo poetico e salvifico della natura.
La seconda (una sorpresa che si ripete ogni volta) è stata la struttura del padiglione Norvegese progettato da Sverre Fehn.
Pensiero che si fa respiro profondo.
Foto della trasferta qui.
Rosso, arancione, giallo, verde, azzurro, indaco e violetto

Mondo imperfetto
(grazie Raffa)
Lavorando su De Carlo

…l’architettura diventa generosa e significante per gli esseri umani solo se è un’estensione gentile e delicata dell’ordine naturale.
Giancarlo De Carlo
Prugnolo

Sabato e domenica dedicati al prugnolo.
Immagini su Flickr.
Tante domande

C’era una volta un bambino che faceva tante domande, e questo non è certamente un male, anzi è un bene. Ma alle domande di quel bambino era difficile dare risposta.
Per esempio, egli domandava: - Perché i cassetti hanno i tavoli?
La gente lo guardava, e magari rispondeva:
- I cassetti servono per metterci le posate.
- Lo so a che cosa servono i cassetti, ma non so perché i cassetti hanno i tavoli.
La gente crollava il capo e tirava via. Un’altra volta lui domandava:
- Perché le code hanno i pesci?
Oppure:
- Perché i baffi hanno i gatti?
La gente crollava il capo e se ne andava per i fatti suoi.
Il bambino, crescendo non cessava mai di fare domande. Anche quando diventò un uomo andava intorno a chiedere questo e quello. Siccome nessuno gli rispondeva, si ritirò in una casetta in cima ad una montagna e tutto il tempo pensava alle domande e le scriveva in un quaderno, poi ci rifletteva per trovare la risposta, ma non la trovava.
Per esempio scriveva:
- Perché l’ombra ha un pino?
- Perché le nuvole non scrivono le lettere?
- Perché i francobolli non bevono birra?
A scrivere tante domande gli veniva il mal di testa, ma lui non ci badava. Gli venne anche la barba, ma lui non se la tagliò. Anzi si domandava: - Perché la barba ha la faccia?
(…)
Gianni Rodari